Tutto quello che c’è da sapere sulle impronte digitali

Le impronte digitali si dimostrano essere una traccia lasciata dalla presenza dei dermatoglifi presenti nell’ultima falange delle dita di entrambe le mani, utilizzate generalmente per l’identificazione degli esseri umani soprattutto nel campo della criminologia. Le impronte digitali vantano una storia antica risalente alle tavolette babilonesi del 500 a.C. all’interno delle quali sono state ritrovate impresse.

Storia delle impronte digitali

Le impronte digitali, già utilizzate in epoca babilonese come probabile firma personale impressa all’interno delle tavolette, sono diventate oggetto di studio soltanto in epoca più recente risalente al XVII secolo d.C., sotto il nome di dattiloscopia. Nel 1788 l’anatomista tedesco J. C. A. Mayer si concentrò sullo studio delle impronte papillari, arrivando alla conclusione dell’unicità delle stesse variabili da soggetto a soggetto.

Nel 1823 il professore di anatomia all’Università di Breslavia,  Jan Evangelista Purkyně, suddivise la struttura delle impronte digitali in 9 specifiche categorie, fino ad arrivare al Ventesimo secolo e ai moderni utilizzi per l’identificazione dei singoli esseri umani all’interno di pratiche giudiziarie e documenti.

Le curiosità sulle impronte digitali

Le impronte digitali sono ritenute nell’odierno una caratteristica unica in grado di identificare un soggetto rispetto ad un altro, risultando poco visibili ad occhi nudo, necessitando di uno specifico sviluppo chimico simile ai processi fotografici per l’ottenimento di una rappresentazione dettagliata.

Quando un polpastrello entra in contatto con una superficie la stessa integra il passaggio delle impronte digitali rilasciate dal sudore e da qualsiasi sostanza entrata in contatto con la cute. Recenti studi condotti dagli esperti della Cornell University hanno dimostrato come le impronte digitali, ricavate tramite il tampone sullo schermo di un display, possano a tutti gli effetti confermare alcune abitudini di vita del soggetto nella rilevazione degli alimenti assunti, droghe, terapie farmacologiche, cosmetici, luoghi in cui si è recato.

In campo scientifico la rilevazione delle impronte digitali conta circa 25 metodologie differenti, mentre la loro presenza sulla scena del crimine si dimostra allo stesso tempo resistente ma fragile, compromessa al solo passaggio delle mani nel tentativo di ripulire le proprie tracce. Molto spesso le impronte digitali vengono catalogate dagli esperti anche come prove ‘nervose’, impossibili da utilizzare sulla scena del crimine sotto un’eccessiva pulizia o sporcizia delle mani stesse.

Nonostante le impronte digitali si trovino presenti su ogni essere umano in alcuni casi, in presenza di patologie rare, le stesse si dimostrano completamente assenti. Tra i casi di malattie si trovano la sindrome di Naegeli-Franceschetti-Jadassohn (NFJS), la Dermatopathia pigmentosa reticularis (DPR) e l’adermatoglyphia.

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